“La meraviglia non accade quando incontriamo qualcosa di nuovo e sorprendente,
ma quando rieduchiamo lo sguardo.”
La parola meraviglia deriva dal latino mirabilia che potremmo tradurre con “le cose degne di essere ammirate”. Il verbo mirari significa invece guardare con stupore, lasciarsi sorprendere. A volte pensiamo che questa sensazione si debba presentare come uno squarcio nella nostra vita ordinaria, come qualcosa che improvvisamente appare e ci rapisce nei sensi.
Ma non si tratta necessariamente di un evento che si staglia nel nostro orizzonte di esperienza in modo imprevedibile e grandioso, la meraviglia può rivelarsi in qualcosa di molto più piccolo, ma non per questo meno profondo, può manifestarsi ad esempio in un improvviso ritorno all’attenzione, in una sospensione del respiro, durante un’osservazione calma che apre una nuova porta di percezione. Può colpirci come un’intuizione in un momento di abbandono, di ironia, di ingenuità.
A volte la meraviglia non è incontrare necessariamente il nuovo ma la possibilità di incontrare ciò che già conosciamo in un modo nuovo. Questo è un paradigma fondamentale per il danzatore: ogni giorno si avventura in un corpo che conosce in modo molto profondo, per raggiungere un movimento nuovo, una visione inaspettata.
Il nostro corpo è un ambiente familiare, talmente intimo, che raramente riusciamo a percepirlo nella sua eccezionalità. Eppure ogni più piccola funzione del nostro corpo, un respiro, un movimento, un suono che ci raggiunge è un miracolo biologico unico e irripetibile. La continua “aderenza a noi stessi” produce processi automatici che ci inducono ad attraversare il nostro esistere con scontatezza.
Ma se impariamo a sostare in un respiro pieno, ad appoggiare una mano sul nostro cuore per percepirne il battito, a percepire il nostro peso sulla terra attraverso il contatto con i piedi, potremmo accorgerci con semplicità dell’arcobaleno di eventi che caratterizzano il nostro esserci singolare.
Ma perché fatichiamo così tanto a vivere attimi di meraviglia?
Perché è un sentimento colto: non proviene dall’esterno ma nasce da un’educazione fine del sentire.
La meraviglia non è spontanea, non irrompe nelle nostre giornate gratuitamente, non ci viene donata dall’alto, può nascere solo da una predisposizione che richiede un atto di presenza e di volontà, una rieducazione allo sguardo. Significa che scelgo di fermarmi qui, adesso, di ascoltare il mio respiro o di osservare un paesaggio, di sostare in un’immagine o di permanere in un ricordo.
Si tratta sempre di un’intenzionalità che impariamo a dirigere. Infatti, quando diciamo che qualcosa desta meraviglia ci ricongiungiamo al suo significato originario di risveglio, di accorgimento: scelgo consapevolmente di guardare con altri occhi, di dischiudere una nuova visione… un tramonto non contiene meraviglia di per sé, è un fatto del mondo alla stregua di altri, è la mia consapevolezza e la mia gratitudine nell’assistere a qualcosa di irripetibile che non ritornerà, a farmi attraversare il senso autentico della meraviglia.
Ma perché il danzatore è così implicato nella meraviglia?
Perché c’è una cosa che il danzatore deve fare ogni giorno quando rientra in sala, e questa cosa è orientarsi consapevolmente verso ciò che accade: rallentare, ascoltare il proprio panorama di sensazioni, riorganizzarle per poi portarle in un nuovo movimento.
Ogni volta che un danzatore si predispone alla danza fa effettivamente pratica di meraviglia: così il respiro consapevole può diventare un nuovo modo di abitarsi, il contatto con il suolo una radice ritrovata, un semplice passo un invito all’avventura nello spazio. Non si tratta di fare qualcosa di nuovo ma di provare a tornare ad attraversare un atto semplice che rivela.
La meraviglia non appartiene quindi all’eccezionale ma alla capacità di accogliere ogni giorno uno straordinario nell’ordinario. Per non mancare l’appuntamento con la meraviglia però, bisogna praticarla, allenarla, come si fa con un muscolo.
Pratica di meraviglia quotidiana: scegli un movimento ripetitivo e automatico che tendi a fare ogni giorno e prova a portarlo in un rallentamento estremo: ti accorgerai che quel movimento cambia qualità, cambia forma e, forse, dentro a questa nuova azione vissuta con partecipazione e consapevolezza, potrai sentir nascere anche un nuovo pensiero, una nuova visione.


