Uno degli aspetti fondanti la Danza di Ricerca è il riconoscimento del corpo come produttore di significato, come dimensione quindi attraverso la quale il sapere può generarsi e manifestarsi. Per molto tempo la conoscenza è stata associata quasi esclusivamente al pensiero razionale, ma molte pratiche corporee contemporanee hanno dimostrato – anche grazie a evidenze scientifiche – che la conoscenza è davvero tale solo quando è incarnata, cioè quando passa attraverso una coscienza che sente, sperimenta e interpreta se stessa in relazione al mondo.
Si tratta di un sapere profondo che non si mantiene solo sulla linea dell’astrazione o della mentalizzazione intellettuale, ma che nasce, e si riattualizza in modo continuo, a partire dall’esperienza diretta che emerge dalle risposte percettive e sensoriali del singolo e dalla rielaborazione del suo particolare vissuto “di senso”.
Il corpo umano impara a tracciare orizzonti di significato molto prima del linguaggio, e anche nella nostra vita quotidiana sappiamo che ci sono alcune “verità” che appartengono solamente al discorso corporeo: pensiamo ad esempio a tutti quei gesti “parlanti” di cui è costellata la nostra giornata, alla possibilità del silenzio di trasmettere una pienezza di senso, al portato che può avere un tocco o uno sguardo in un determinato momento.
In questa prospettiva la sala danza non è solo un posto fisico dove apprendere delle pratiche di movimento ma è anche un laboratorio epistemologico, un luogo aperto in cui non si applicano formule sulla base di un sistema “collaudato”, preordinato, imposto da uno “stile” a priori, ma si producono concretamente nuovi orizzonti di esperienza a partire dall’osservazione di ciò che accade nel qui e ora, posto che il mondo sensibile è una realtà in continuo divenire.
Scordiamo alle volte che la sala danza, dove il corpo muove secondo logiche non più dettata dall’utilità o dalla performatività, non è un luogo separato dal mondo, piuttosto una sua condensazione, un microcosmo in cui è possibile osservare, interrogare e trasformare la nostra esperienza di soggetti in relazione ma anche la nostra immagine del mondo.
Per questo motivo la Danza di Ricerca non è solamente interessata al risultato ma al processo che è il modo in cui ciascuno, a partire dalla propria sensibilità, può osservare ciò che emerge dal suo lavoro fisico, intellettuale e immaginativo: rallentare, portare l’attenzione al respiro, muovere secondo un preciso compito fisico, percepire i contatti, osservare il proprio corpo nella gravità e nell’antigravità, sono in fin dei conti modalità con cui ciascuno mette il suo corpo alla “prova del reale”.
Questa disponibilità, questa “mobilità”, questa apertura praticata sul piano corporeo ha allora un impatto rilevante anche su tutti gli altri livelli dell’essere: non serve spiegare come un respiro ritrovato può modificare i sentieri del nostro pensare e quindi inevitabilmente del nostro agire o come la semplice azione fisica di chiudere gli occhi possa trasformare il flusso, il colore, la qualità delle nostre riflessioni.
La vera ricerca artistica non cerca risposte definitive, allena le domande, coltiva il dubbio, applica la sospensione del giudizio, prova a riattraversare più che a nominare e si avventura sempre in ciò che resta, di ignoto, di incerto, si tiene insomma su quella soglia coraggiosa, audace, che tiene sempre aperta l’interrogazione. Questa attitude dinamica e generativa del corpo danzante è allora molto vicina a quella che dovrebbe essere un’autentica, contemporanea, pratica filosofico-esistenziale. Ogni buona filosofia infatti, come ogni buona danza, deve farsi anche laboratorio del mondo.
Attraverso l’improvvisazione, la composizione istantanea, l’ascolto reciproco o la negoziazione delle decisioni collettive, i danzatori sperimentano forme di convivenza sociale che possono essere trasferite oltre la sala. La danza di Ricerca porta sempre con sé la consapevolezza della complessità e la certezza, l’unica possibile, che non esiste nulla di stabile e definitivo. D’altronde, chi più di un danzatore sa che ogni forma (fisica, emotiva, intellettuale…) è destinata a dissolversi per dare vita a qualcos’altro?
Ma non solo: la danza come laboratorio del mondo prevede anche la possibilità di riconoscere nell’errore non una mancanza, ma una risorsa generativa. Ogni pratica di esplorazione infatti apre possibilità inattese e accoglie la deviazione come occasione di scoperta. Non è raro che in certe situazioni sia proprio l’anomalia, l’alterazione, la trasgressione, a costituire un nuovo materiale artistico. Questo un danzatore – filosofo lo sa bene: quante volte un improvviso spazio di negazione, dissonanza, contraddizione è stato utile per uscire da uno schema? Da un automatismo? E quante volte quell’errore in una sequenza di movimento è diventato poi idea fondativa per un nuovo gesto?
La sala danza è un cantiere creativo permanente: lo è non solo perché grazie a determinate pratiche possiamo costruire e de-costruire conquistando ogni volta nuovi sguardi e prospettive, ma anche perché questo sperimentare può aprire inediti orizzonti di pensabilità, e quindi anche nuove frontiere di sensazione e azione che hanno un impatto sensibile, rilevante, anche nella vita di ogni giorno.
Se modifichiamo il nostro movimento modifichiamo il nostro pensiero, e se modifichiamo il nostro pensiero modifichiamo anche il nostro agire. Questa è la vera chiave della trasformazione.
Per questo la danza è un’arte totale: ciò che viene sperimentato nel processo creativo del movimento non rimane mai confinato al suo interno, chiuso. Ogni competenza sviluppata nella pratica danzata – attenzione, cura, cooperazione, disponibilità al cambiamento – accompagna chi danza anche fuori, in ogni più piccola esperienza. Ed è per questo che il vero danzatore, il vero artista, è anche sempre danzatore della vita, artista della vita.


