DANZARE IN SALA, DANZARE NEL MONDO


Pensieri, pratiche e sguardi
intorno alla danza contemporanea e di ricerca


progetto editoriale a cura di Marta Zacchigna

La caduta come modello di conoscenza

Prima del primo passo

Nessuno di noi è nato camminando. Ogni essere umano impiega circa un anno per raggiungere la verticalità e compiere il primo passo nel mondo. Ma prima di quel grande evento che probabilmente ha commosso i nostri genitori, abbiamo sperimentato moltissime organizzazioni motorie che poi nel corso della vita siamo andati via via dimenticando.

Prima del primo passo siamo stati rannicchiati, abbiamo rotolato, ci siamo sollevati usando le mani come leva, abbiamo appreso come stare seduti, come basculare con il nostro peso e poi come gattonare, e poi ancora ci siamo avventurati nei primi tentativi di alzata quando abbiamo scoperto la magia della pianta al suolo.

La conquista della verticale

La verticalità, lo stare in piedi, è stata una conquista lenta e travagliata, piena di interruzioni, di attese, di fallimenti. Abbiamo dovuto affidarci al nostro coraggio e rischiare la rovina prima di riuscire a sollevare la pianta del piede per metterla anche solo poco più in là, e, una volta precipitati, abbiamo dovuto ritrovare una nuova intenzione di risalita per rimetterci saldamente sulle nostre gambe. La conquista della verticale è stato un autentico dialogo con noi stessi, portato avanti giorno dopo giorno. Molti stadi di frustrazione, di rinuncia, hanno preceduto il momento dell’ebbrezza; ma quel giorno, quando abbiamo trovato quell’equilibrio dinamico che ci ha fatto rimanere miracolosamente in piedi, siamo diventati, in qualche modo, umani, perché lì è iniziata la nostra avventura nello spazio del mondo.

Tornare all’esperienza del suolo

Dunque, abbiamo già una storia con la terra: per questo motivo, il più delle volte, nel lavoro di floorwork, non si tratta di imparare le dinamiche di movimento al suolo, ma solo di riscoprirle, di reimpossessarcene. Distenderci al pavimento, cedere alla gravità, percepire il contatto del suolo sotto la nuca, la schiena, i glutei è allora anche tornare a quella stagione in cui i nostri occhi non erano ancora puntati all’orizzonte e non c’era ancora l’urgenza di portarci da qualche parte. Ripartire dal floorwork significa inoltre reincontrare una nostra parte bambina in grado di recuperare l’incanto del cielo e l’evento della meraviglia: un sorriso, un oggetto, un colore.

Il pavimento, un partner fedele

Il pavimento ci permette poi di sperimentare una condizione particolare: è il luogo dove il nostro corpo incontra sempre la gravità pura (come diceva un mio maestro: grazie al pavimento non siamo risucchiati al centro della Terra!), ma è anche quella sede dove possiamo sentire che possiamo cadere rimanendo sostenuti. Per questo si usa spesso la metafora del partner: il pavimento non ci “tradisce”, ci abbraccia, risponde gentilmente, si adatta, “parla” e “lascia parlare”, e soprattutto ci restituisce sempre qualcosa di noi stessi. Per questo il danzatore non abbandona mai il floorwork, tornare alla terra, significa tornare alla propria storia, alle proprie radici.

Verticale e filogenesi

Ma il floorwork ha a che vedere anche con la nostra storia filogenetica. Il nostro corpo è il risultato di un’evoluzione durata millenni e racchiude in sé tutte le sue fasi precedenti. Prima di diventare homo erectus e poi homo sapiens siamo stati pesci, girini, rane, lucertole, anfibi: animali di acqua, animali di terra, poi definitivamente bipedi. La nostra memoria cellulare contiene e racchiude e custodisce tutte le tappe di questo tragitto, e la distesa al suolo ci riporta in qualche modo immediatamente a quel mondo perduto. Non a caso molte dinamiche al suolo riprendono proprio attitudini motorie animali: il granchio, l’iguana, il serpente.

L’importanza di cadere

L’aspetto più affascinante del passo è che esso non può non mantenere un rapporto costante con il suolo e quindi con la caduta. Camminare è accettare di cadere, ad ogni istante. Ma tornando al bambino che trova finalmente l’equilibrio c’è allora da chiedersi: in definitiva, come ha imparato a camminare? E la risposta è: cadendo. Quando il sistema nervoso riceve informazioni da propriocezione, equilibrio, vista e sistema vestibolare succede qualcosa di straordinario: il cervello confronta costantemente ciò che è realmente successo (cadere) con ciò che “voleva” fare (alzarsi), e nel ritentare ogni volta, nel riprogrammare il processo, modifica ogni volta la risposta motoria. Ad ogni nuova caduta, una nuova risposta, ad ogni nuova risposta, un nuovo apprendimento. Questo fatto ci porta a scoprire una cosa straordinaria: il cadere costruisce una forma circolare di feedback che progressivamente ci porta alla realizzazione e al perfezionamento del movimento. In sostanza, senza quelle rovinose e ripetitive cadute, noi non avremmo mai potuto imparare a sollevarci da terra.

Cedere per proiettarsi

Il danzatore che salta in aria riesce a proiettarsi in alto perché paradossalmente ha sperimentato negli anni una lunga, intensa esperienza del basso. Non esiste elevazione senza caduta, salto senza affondo, proiezione celeste senza visita al sottosuolo. Un corpo che danza è un corpo che ha conosciuto l’abbandono, la resa, l’ineluttabilità della precipitazione. Per questo è un corpo intelligente: è caduto e si è riorganizzato, innumerevoli volte, imparando a rialzarsi, ogni volta in modo diverso, secondo una spiralità nuova dettate da nuove logiche di organizzazione cinetica. Per un danzatore in piedi non è solo “in piedi” è sempre la conclusione di un viaggio dalle diverse sfumature.

La caduta: una lezione di vita

La caduta ha molto da insegnarci, anche sulla nostra vita quotidiana: il danzatore la usa come modello di conoscenza: passando dal cedimento, alla scoperta di una nuova leva, dalla flessione all’estensione, dalla verticale al volo e dal volo alla terra, egli impara. Allora cadere non è solo precipitare rovinosamente al suolo, non è qualcosa che riferiamo ad un errore, ad una mancanza: le cadute sono tutte quelle parti di noi che imparano a cedere, a cadere, ad arrendersi, a riorganizzarsi, sono le interruzioni, le sbandate, i salti, i momenti di incoscienza. La paura di cadere non porta alcuna acquisizione che non sia la stabilizzazione di uno stato, il coraggio di cadere invece è quell’evento che ci permette di fare un’esperienza profondamente evolutiva e trasformativa.

Cadere nella danza dunque per imparare a cadere, anche nella vita.

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firma di marta zacchigna

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Tutti i contenuti pubblicati sul sito danzadiricerca© (danzadiricerca.com) e nell’ambito del progetto editoriale Appunti Dinamici. Pensieri, pratiche e sguardi intorno alla danza contemporanea e di ricerca, di cui è autrice Marta Zacchigna, sono tutelate dalla normativa vigente in materia di diritto d’autore. Tutti i contenuti pubblicati sul sito, compresi tutti gli articoli sono opere originali integralmente frutto della creatività dell’autrice e sono realizzati senza l’uso di sistemi di generazione automatizzata e sono depositati con data certa, quale documentazione della loro esistenza e paternità alla data del deposito. È vietata, senza la preventiva ed espressa autorizzazione dell’autrice, qualsiasi forma di copia, riproduzione, pubblicazione, diffusione, distribuzione, redistribuzione o riutilizzo, totale o parziale, dei contenuti, con qualsiasi mezzo o formato. La riproduzione non autorizzata, anche parziale o mediante rielaborazione sostanziale, costituisce una violazione dei diritti dell’autrice. L’eventuale indicazione della fonte o del nome dell’autrice non autorizza la riproduzione o la ripubblicazione dei contenuti. In caso di utilizzo non autorizzato, l’autrice si riserva di tutelare i propri diritti nelle sedi competenti, anche mediante la documentazione relativa alla data certa dei contenuti e alla loro paternità. Per richieste di riproduzione, pubblicazione o utilizzo dei contenuti è necessario contattare preventivamente l’autrice e ottenere un’autorizzazione espressa. © 2026 Appunti Dinamici. Pensieri, pratiche e sguardi intorno alla danza contemporanea e di ricerca. Tutti i diritti riservati.

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Marta Zacchigna

Diplomata al Centro Internazionale Movimento e Danza di Milano. Laureata Magistrale in DAMS - Facoltà di Lettere e Filosofia 2009 (Università degli studi di Udine) e Laureata Magistrale in Filosofia 2026 (Università degli Studi di Trieste) con una Tesi di Laurea dal titolo "La danza tra visibile e invisibile". Lavora come danzatrice e formatrice. È fondatrice del centro di ricerca Dancing House in Via del Monte 2 a Trieste. CONTATTI | marta@danzadiricerca.com | +39 339 1952458

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