Prima del primo passo
Nessuno di noi è nato camminando. Ogni essere umano impiega circa un anno per raggiungere la verticalità e compiere il primo passo nel mondo. Ma prima di quel grande evento che probabilmente ha commosso i nostri genitori, abbiamo sperimentato moltissime organizzazioni motorie che poi nel corso della vita siamo andati via via dimenticando.
Prima del primo passo siamo stati rannicchiati, abbiamo rotolato, ci siamo sollevati usando le mani come leva, abbiamo appreso come stare seduti, come basculare con il nostro peso e poi come gattonare, e poi ancora ci siamo avventurati nei primi tentativi di alzata quando abbiamo scoperto la magia della pianta al suolo.
La conquista della verticale
La verticalità, lo stare in piedi, è stata una conquista lenta e travagliata, piena di interruzioni, di attese, di fallimenti. Abbiamo dovuto affidarci al nostro coraggio e rischiare la rovina prima di riuscire a sollevare la pianta del piede per metterla anche solo poco più in là, e, una volta precipitati, abbiamo dovuto ritrovare una nuova intenzione di risalita per rimetterci saldamente sulle nostre gambe. La conquista della verticale è stato un autentico dialogo con noi stessi, portato avanti giorno dopo giorno. Molti stadi di frustrazione, di rinuncia, hanno preceduto il momento dell’ebbrezza; ma quel giorno, quando abbiamo trovato quell’equilibrio dinamico che ci ha fatto rimanere miracolosamente in piedi, siamo diventati, in qualche modo, umani, perché lì è iniziata la nostra avventura nello spazio del mondo.
Tornare all’esperienza del suolo
Dunque, abbiamo già una storia con la terra: per questo motivo, il più delle volte, nel lavoro di floorwork, non si tratta di imparare le dinamiche di movimento al suolo, ma solo di riscoprirle, di reimpossessarcene. Distenderci al pavimento, cedere alla gravità, percepire il contatto del suolo sotto la nuca, la schiena, i glutei è allora anche tornare a quella stagione in cui i nostri occhi non erano ancora puntati all’orizzonte e non c’era ancora l’urgenza di portarci da qualche parte. Ripartire dal floorwork significa inoltre reincontrare una nostra parte bambina in grado di recuperare l’incanto del cielo e l’evento della meraviglia: un sorriso, un oggetto, un colore.
Il pavimento, un partner fedele
Il pavimento ci permette poi di sperimentare una condizione particolare: è il luogo dove il nostro corpo incontra sempre la gravità pura (come diceva un mio maestro: grazie al pavimento non siamo risucchiati al centro della Terra!), ma è anche quella sede dove possiamo sentire che possiamo cadere rimanendo sostenuti. Per questo si usa spesso la metafora del partner: il pavimento non ci “tradisce”, ci abbraccia, risponde gentilmente, si adatta, “parla” e “lascia parlare”, e soprattutto ci restituisce sempre qualcosa di noi stessi. Per questo il danzatore non abbandona mai il floorwork, tornare alla terra, significa tornare alla propria storia, alle proprie radici.
Verticale e filogenesi
Ma il floorwork ha a che vedere anche con la nostra storia filogenetica. Il nostro corpo è il risultato di un’evoluzione durata millenni e racchiude in sé tutte le sue fasi precedenti. Prima di diventare homo erectus e poi homo sapiens siamo stati pesci, girini, rane, lucertole, anfibi: animali di acqua, animali di terra, poi definitivamente bipedi. La nostra memoria cellulare contiene e racchiude e custodisce tutte le tappe di questo tragitto, e la distesa al suolo ci riporta in qualche modo immediatamente a quel mondo perduto. Non a caso molte dinamiche al suolo riprendono proprio attitudini motorie animali: il granchio, l’iguana, il serpente.
L’importanza di cadere
L’aspetto più affascinante del passo è che esso non può non mantenere un rapporto costante con il suolo e quindi con la caduta. Camminare è accettare di cadere, ad ogni istante. Ma tornando al bambino che trova finalmente l’equilibrio c’è allora da chiedersi: in definitiva, come ha imparato a camminare? E la risposta è: cadendo. Quando il sistema nervoso riceve informazioni da propriocezione, equilibrio, vista e sistema vestibolare succede qualcosa di straordinario: il cervello confronta costantemente ciò che è realmente successo (cadere) con ciò che “voleva” fare (alzarsi), e nel ritentare ogni volta, nel riprogrammare il processo, modifica ogni volta la risposta motoria. Ad ogni nuova caduta, una nuova risposta, ad ogni nuova risposta, un nuovo apprendimento. Questo fatto ci porta a scoprire una cosa straordinaria: il cadere costruisce una forma circolare di feedback che progressivamente ci porta alla realizzazione e al perfezionamento del movimento. In sostanza, senza quelle rovinose e ripetitive cadute, noi non avremmo mai potuto imparare a sollevarci da terra.
Cedere per proiettarsi
Il danzatore che salta in aria riesce a proiettarsi in alto perché paradossalmente ha sperimentato negli anni una lunga, intensa esperienza del basso. Non esiste elevazione senza caduta, salto senza affondo, proiezione celeste senza visita al sottosuolo. Un corpo che danza è un corpo che ha conosciuto l’abbandono, la resa, l’ineluttabilità della precipitazione. Per questo è un corpo intelligente: è caduto e si è riorganizzato, innumerevoli volte, imparando a rialzarsi, ogni volta in modo diverso, secondo una spiralità nuova dettate da nuove logiche di organizzazione cinetica. Per un danzatore in piedi non è solo “in piedi” è sempre la conclusione di un viaggio dalle diverse sfumature.
La caduta: una lezione di vita
La caduta ha molto da insegnarci, anche sulla nostra vita quotidiana: il danzatore la usa come modello di conoscenza: passando dal cedimento, alla scoperta di una nuova leva, dalla flessione all’estensione, dalla verticale al volo e dal volo alla terra, egli impara. Allora cadere non è solo precipitare rovinosamente al suolo, non è qualcosa che riferiamo ad un errore, ad una mancanza: le cadute sono tutte quelle parti di noi che imparano a cedere, a cadere, ad arrendersi, a riorganizzarsi, sono le interruzioni, le sbandate, i salti, i momenti di incoscienza. La paura di cadere non porta alcuna acquisizione che non sia la stabilizzazione di uno stato, il coraggio di cadere invece è quell’evento che ci permette di fare un’esperienza profondamente evolutiva e trasformativa.
Cadere nella danza dunque per imparare a cadere, anche nella vita.
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