Tornare al pavimento è come rincontrare un vecchio amico che ci riconosce al primo sguardo e che ci accoglie sempre, e semplicemente, per come siamo,
in quel momento.
La distesa: dall’azione alla relazione
Quando ci distendiamo al suolo, una parte ampia della nostra superficie corporea viene affidata alla terra. Il corpo non è più nella verticale, sostenuto solo dalle piante dei piedi, ma può percepire il proprio peso attraverso una molteplicità di punti di contatto che, nel loro insieme, costituiscono una “mappa” di sensazioni vive e dinamiche.
L’esperienza della distesa quindi mette il nostro corpo in una dimensione di relazione più che di azione. La nostra pelle apre un dialogo con la terra che restituisce una risposta continua e simultanea in diverse parti del corpo. Nell’abbandono al suolo è possibile allora percepirsi come un soggetto che, prima di agire nel mondo, si lascia attraversare.
L’universo percettivo della distesa al suolo
Nella distesa improvvisamente possiamo sentire simultaneamente più elementi: pressione, aderenza, temperatura, morbidezza, elasticità. Possiamo quindi distinguere con maggiore precisione dove il corpo cade, preme, aderisce, dove la superficie cede o resiste, rendendoci più vigili rispetto a ciò che stiamo percependo. Sentiamo anche che le diverse parti hanno una consistenza diversa e che quindi appoggiano con una diversa qualità, pensiamo ad esempio alla durezza con cui percepiamo un gomito rispetto alla morbidezza di un gluteo. In questo assetto il corpo è risvegliato a percezioni sottili perché il pavimento crea una referenza continua che stratifica sensazioni ed emozioni. Ma non solo: lo stare distesi porta il corpo ad uscire dal alcuni automatismi rispetto all’organizzazione in piedi: destruttura la postura e invita a ritornare al presente vivo delle sensazioni.
L’esperienza del respiro nella micromobilità
Nella distesa al suolo cambia anche il respiro: il corpo non deve impegnarsi a mantenere una posizione antigravitazionale e può affidare tutto il proprio peso al suolo. L’abbandono permette di percepire con maggiore chiarezza i movimenti legati alla respirazione; il contatto continuativo con il pavimento modifica, anche se in modo minimo, il rapporto tra il corpo e la superficie. Durante l’inspiro alcuni punti di contatto aumentano la pressione, mentre altri si alleggeriscono; durante l’espiro il rapporto si modifica nuovamente. Si può allora sentire il movimento di apertura delle coste e della colonna e dell’addome e la discesa e la risalita del diaframma. È proprio questa percezione a permetterci di fare esperienza della micromobilità che ci permette di sentire la successione di tutti quei piccoli cambiamenti che si producono nel corpo a ogni inspiro e a ogni espiro.
Togliere l’orizzonte per entrare in uno spazio infinito
Quando il corpo è in assetto disteso, lo sguardo non domina più lo spazio. Cambia necessariamente il nostro rapporto con l’orizzonte e con la profondità e vengono meno alcuni dei riferimenti che normalmente organizzano la visione verticale. In piedi, lo sguardo tende naturalmente a proiettarsi nello spazio, quasi a impossessarsene: cerca una direzione, individua una distanza, mette a fuoco. È uno sguardo che potremmo definire convesso. Distesi invece, possiamo lasciare che lo sguardo cambi qualità. Non deve per forza raggiungere un punto o attraversare una distanza: può lasciare andare il controllo, allargarsi, sfumare, accogliere ciò che compare nel campo visivo senza doverlo immediatamente identificare, nominare o commentare. Ecco allora che lo sguardo diventa concavo, uno spazio abitabile piacevolmente indefinito. La sensazione è quella di quando guardiamo il cielo in una modalità contemplativa.

Fare esperienza della gravità pura
Quando ci distendiamo al suolo, il corpo non deve più organizzarsi costantemente per mantenere la verticalità, ma può lasciarsi sostenere dalla superficie e permettere al proprio peso di agire pienamente. Possiamo allora fare esperienza della gravità nella sua radicalità, perché possiamo attraversarla come forza che agisce continuamente e inesorabilmente sui nostri volumi. Sentiamo il peso della testa, del bacino, della schiena e degli arti e riconosciamo come ciascuna parte venga progressivamente affidata alla superficie. La gravità allora non è più qualcosa da contrastare ma una forza che ci richiama, quasi ci risucchia, verso il centro della Terra, mentre la superficie terrestre si frappone tra noi e il nucleo terrestre. Il pavimento diventa allora il limite tanto concreto quanto visionario che interrompe la nostra caduta e ci salva da una precipitazione definitiva.
Le parti del corpo come unicum
Dal momento che gran parte della nostra superficie è a contatto con il pavimento, diviene più facile identificare percettivamente le nostre parti. Al suolo è molto più facile sentire che non siamo un unicum, ma un sistema di parti che lavorano in modo integrato e funzionale. Questa maggiore differenziazione percettiva, però, non produce un’esperienza frammentata, al contrario, ci permette di consapevolizzare il corpo come un sistema di parti dialoganti, nel quale ogni funzione mantiene la propria specificità ma partecipa continuamente alla relazione con le altre. Dentro questa immagine integrale di un sé che si percepisce intero, integrale e vivo, diventa allora possibile osservarsi dall’interno come forma viva e pulsante. Possiamo così distinguere il peso della testa da quello del bacino ma anche accorgerci dei diversi rapporti come quello tra l’ombelico e i nostri piedi, l’ombelico e le nostre mani.
Affidamento e apertura. Cambiare assetto per cambiare mindset
Passare dalla posizione in piedi alla posizione distesa non significa soltanto cambiare postura, ma modificare il nostro modo di stare nel mondo. La posizione eretta è una posizione di affermazione: il corpo si solleva, si separa dal suolo, guarda verso l’orizzonte e si proietta nello spazio. È una condizione associata all’azione, alla direzione, alla volontà di andare verso qualcosa. In sostanza, il corpo verticale si organizza per auto-sostenersi e per agire nel mondo.
Distendersi significa invece rinunciare, almeno temporaneamente, a questa volontà di azione. Il corpo non si innalza, ma si consegna; non deve più necessariamente dirigersi, può concedersi un abbandono. In questo senso, il corpo può smettere, almeno per un momento, di essere soltanto un corpo che agisce nello spazio e iniziare a percepirsi come parte dialogante dello spazio stesso. In questa nuova qualità di presenza, caratterizzata da un ascolto pacificato e non urgente, potremo allora costruire un luogo del ritorno che ci riconsegna alla concretezza e alla verità del nostro esserci, qui, ora.
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