il corpo, un’orchestra biologica
Il cuore che batte è il nostro strumento percussivo, i polmoni scandiscono il nostro tempo interno, il sangue scorre come una melodia biologica dentro le vene del nostro corpo, le correnti sinaptiche producono variazioni ritmiche. Dentro di noi esiste un’orchestra che non smette mai di suonare. Noi non generiamo la danza: noi siamo già danza. Nel ritmo frenetico delle nostre giornate, però, raramente ci concediamo il tempo di ascoltare la sinfonia del corpo. Eppure è proprio da questo prima atto di riorientamento alla nostra ritmicità naturale che possiamo predisporci alla pratica.
Tornare alla percezione
Aprirsi alla danza significa prima di tutto allontanarsi progressivamente dalla dittatura del pensiero e riportare l’attenzione alla sensazione che si dà nella sua effettività e immediatezza. Si tratta di sentire prima di interpretare, di attribuirle significato. Percepire il peso, il respiro, la temperatura, una tensione muscolare, un piccolo cambiamento nell’equilibrio senza doverlo immediatamente spiegare, giudicare o trasformare in una storia, ci rende vigili e consapevoli. Ma non solo sentendo possiamo interrompere l’automatismo con cui la mente torna continuamente agli stessi pensieri e agli stessi circuiti, uscire dalla identificazione e rimaner in ciò che accade mentre accade.
Dimorare nel presente
La mente ha una straordinaria capacità predittiva: anticipa, riconosce schemi, prepara risposte, costruisce continuamente una previsione di ciò che sta per accadere. È una facoltà fondamentale, che ci permette di apprendere e perfezionare i nostri gesti e di costruire coerentemente il nostro modo di vivere e di pensare. Ma ciò che prevediamo non coincide necessariamente con ciò che sta accadendo realmente. Il corpo, invece, non può che accadere nel presente. Sentire il peso significa incontrare il corpo nel momento esatto in cui sostiene il nostro corpo, accorgersi di una tensione significa poterla incontrare prima ancora di decidere cosa farne. Dimorare nel nostro sentire.

Dalla sensazione alla padronanza
Controllare significa spesso imporre una direzione, cercare di correggere ciò che non corrisponde alla nostra aspettativa. La padronanza è qualcosa di diverso: nasce dalla capacità di ascoltare ciò che accade e di rispondere in modo consapevole. Sentendo di nuovo il peso, possiamo rendere il passo più fluido, accorgendoci del respiro affannoso, possiamo accompagnarlo verso una maggiore distensione, se incontriamo un dolore, possiamo imparare ad ascoltarlo invece di combatterlo immediatamente. La padronanza non significa dirigere le nostre sensazioni. Significa imparare a partecipare al loro esserci. In questo modo il corpo torna a essere un territorio abitabile. Le sue parti non sono più frammenti separati che reagiscono agli stimoli, ma elementi di un unico sistema capace di rispondere. Essere padroni di sé, allora, non significa avere tutto sotto controllo ma imparare ad autogovernarsi in modo fluido, ecologico e funzionale.
Riaprire la relazione
Quando torniamo ad abitare il nostro corpo con maggiore presenza, cambia anche il nostro modo di entrare in relazione con ciò che ci circonda. Il corpo non è un confine chiuso: è una soglia. Ciò che accade dentro di noi si riflette continuamente nel modo in cui incontriamo lo spazio, gli altri, gli oggetti, gli eventi: un respiro che si distende permette al corpo di aprirsi allo spazio, un gesto nuovamente partecipato può diventare più chiaro, più forte, più comunicativo, una presenza più piena modifica la qualità dell’incontro. Per questo è importante muoversi mantenendo aperto quel confine che ci connette con forme, colori, atmosfere. Questa permeabilità è uno delle esperienza più potenti dell’esperienza danzata.
Tornare creativi
Se l’attenzione si fa più presente il corpo torna disponibile e anche la creatività può riemergere. Un corpo che interrompe l’automatismo non è più costretto a ripetere ciò che già conosce e dunque può predisporsi al nuovo. Essere creativi non significa necessariamente produrre qualcosa di originale o inventare gesti nuovi, ma mantenere aperta la possibilità di rispondere diversamente a ciò che accade; vuol dire tornare a incontrare la meraviglia anche in un gesto quotidiano, ritrovare leggerezza nel muoversi e nel pensare, lasciare spazio all’imprevedibilità di un incontro. Non si tratta allora di creare gesti belli o originali, ma di attraversare il movimento che ci abita in una forma piena e rinnovata. Di lasciare che il gesto possa nascere da un lasciar accadere più che da un fare.


