«Lo spazio colto dall’immaginazione non può restare lo spazio indifferente
consegnato alla misura e alla riflessione del geometra. Esso è vissuto.»
Bachelard
Lo spazio inerte
Nella quotidianità viviamo lo spazio come una dimensione inerte, un insieme di corpi, una successione di pieni e di vuoti, costituiti da persone e oggetti che occupano un posto e che compongono la nostra visione: così abitiamo la casa, il luogo di lavoro, la città. In questa prospettiva finiamo per percepire anche il nostro corpo come un volume fisso che occupa una porzione definita di spazio e che si muove solo su logiche di efficienza mettendo in atto gesti sempre più piccoli e brevi: perché dovrei allungare la mano più del necessario per afferrare un bicchiere? O allargare le braccia al massimo della loro espansione prima di stringere qualcuno in un abbraccio? Nella visione dello spazio inerte il corpo si organizza in modo economo e per questo la nostra distanza dalle cose che “ci servono” diviene spesso l’unica misura con cui ci muoviamo nel mondo.
Un’immagine dalla teoria del caos
La teoria del caos ci offre una metafora potente che rovescia questa prospettiva: il battito d’ali di una farfalla può, attraverso una sottile concatenazione di eventi, contribuire alla formazione di un uragano dall’altra parte del mondo. Perché questa immagine ci interessa? Perché ci ricorda che lo spazio non è mai una dimensione neutra, ma un campo continuamente attraversato da eventi e perturbazioni. Dentro a questa materia viva nessun avvenimento è completamente privo di conseguenze, semplicemente alcune modifiche sono così piccole da risultare impercettibili. Il danzatore conosce bene questo fenomeno: sa che un respiro affannoso può modificare l’accuratezza del suo gesto, che una minima variazione del peso può cambiare una direzione, che lo sguardo agisce sulla qualità dell’intero movimento, che la quantità dell’energia messa in gioco porta a risultati dinamici completamente diversi. Lo spazio non è vuoto, lo spazio è un corpo che respira.
Lo spazio come potenziale relazionale
Essendo un corpo è soggetto alla legge del campo. Il campo è un luogo attivo, dinamico e vivo che possiamo scegliere in che modo attraversare, in ogni singolo istante: grazie alla sua esistenza possiamo prendere una direzione, costruire una traiettoria, rimodulare un’energia. Il campo non ci impone un modo di essere, ci permette invece di fare delle scelte. Lo spazio quindi è una dimensione relazionale con cui siamo continuamente in dialogo, anche quando non ne siamo consapevoli. Ad esempio quando stiamo semplicemente in piedi, sviluppiamo già un rapporto con la gravità, con il pavimento, con l’equilibrio e con la spinta. Per il danzatore, percepire lo spazio come campo significa danzare sapendo che anche se non vediamo delle forze ciò non significa che queste non operino costantemente nell’ambiente. A partire da questo impostazione per il danzatore lo spazio non è lo sfondo che contiene i suoi movimenti, ma un partner sempre presente.
Dalla perturbazione alla trasformazione
Entrare in uno spazio però significa anche accettare di essere modificati da esso. La configurazione di un luogo può cambiare il modo in cui camminiamo, respiriamo, guardiamo e ascoltiamo. Una stanza piccola porta il corpo in una qualità diversa da quella di un campo aperto; un ambiente affollato produce dinamiche differenti rispetto ad una stanza vuota. Non attraversiamo semplicemente lo spazio, è anche lo spazio che attraversa noi. Si tratta quindi di una perturbazione costante che modifica effettivamente il luogo in cui ci troviamo perché in ogni istante accade qualcosa. Quando un danzatore entra in questa visione la sua danza cambia radicalmente perché lo spazio diviene un elemento che partecipa attivamente e continuativamente alla produzione di quel movimento trasformandolo. Così la parete non è solo un ostacolo ma una verticale da interrogare, il pavimento non è solo una superficie ma una consistenza che cambia la risposta della nostra pelle.
La trama invisibile
Due corpi possono essere vicinissimi senza entrare davvero in relazione, oppure molto lontani e sentirsi profondamente connessi. Questo ci mostra quanto categorie apparentemente oggettive, come quelle della distanza, possano essere in realtà non solo relative ma persino illusorie. Questo è particolarmente evidente nella relazione tra corpi: quante volte nella nostra vita quotidiana l’ascolto dello spazio ci ha regalato degli indizi che, in un primo momento, non erano così scontati: un corpo che si avvicina e modifica impercettibilmente la nostra postura, qualcuno che ci passa accanto e ci fa cambiare direzione, una persona che si allontana e lascia dietro di sé una sensazione di vuoto. Prima ancora di capire cosa stia accadendo il corpo spesso ha già registrato una modifica del campo che è una tessitura di avvenimenti sincronici in continua oscillazione. I danzatori conoscono bene questi spazi invisibili e imparano a sfruttarli in modo sempre più sofisticato giocando con le variazioni continue di tensione, consistenza, calore.
Cartografie del possibile
ma grazie al campo possiamo fare ancora di più: trasformarlo in una dimensione visionaria. Il danzatore può infatti costruire nello spazio qualsiasi narrazione: può immaginare ostacoli, tracciare geometrie invisibili, immaginare di dilatare, restringere, rimpicciolire. Lo spazio diventa così un luogo proiettivo, capace di generare mondi che, attraverso la semplice visualizzazione, non modificano lo spazio oggettivo ma cambiano concretamente la qualità del movimento e il nostro modo di stare e muovere nello spazio. Forse è questo uno degli allenamenti più profondi della danza: imparare ad attraversare lo spazio ogni volta come fosse un paesaggio completamente nuovo in sala e nella vita!


