La cartografia è la scienza che rappresenta un territorio attraverso segni, simboli, colori e scale. Da questa immagine evocativa nasce Cartografie – primo studio, la nuova performance firmata Danza di Ricerca ideata da Marta Zacchigna che la vede in scena insieme all’attore e danzatore Francesco Facca.
Il lavoro prende avvio da un’intuizione centrale: il corpo è, prima di tutto, una mappa vivente. Ogni giorno su di esso si depositano percezioni, emozioni, sensazioni ed esperienze che generano tracce invisibili, percorsi, stratificazioni e tessiture non lineari di cui siamo per lo più inconsapevoli. Questi segni non manifesti vibrano continuamente e plasmano profondamente il nostro modo di essere, contribuendo a definire nel tempo la nostra identità.
L’organo che accoglie queste tracce in modo diretto, sensibile e immediato è la pelle che, proprio come una cartografia, accoglie assorbe e custodisce tutte le tracce che si depositano giorno dopo giorno sull’epidermide trasformandole in memorie e in esperienza. La pelle però non è soltanto una linea di confine, ma anche, soprattutto, un luogo di relazione, una soglia permeabile che continuamente dialoga con il mondo.
Emerge allora in Cartografie anche un’altra riflessione che apre al tema dell’interdipendenza tra i corpi. La performance rende visibile infatti come ogni gesto, parola o intenzione lasci inevitabilmente un’impronta sugli altri, contribuendo costantemente alla loro definizione; una consapevolezza che riporta ad una domanda essenziale: una volta consapevoli della delicatezza di questa cartografia dinamica, quanta cura dovremmo dedicare ai nostri gesti quotidiani sapendo che ogni nostra più piccola intenzione modifica continuamente noi stessi e chi ci sta accanto?
Attraverso l’utilizzo di particolari pennarelli, i due danzatori daranno vita a una pratica performativa in cui movimento e scrittura condividono la stessa qualità ritmica e la medesima intensità espressiva. Il segno tracciato sul corpo dell’altro finisce per coincidere con il segno di chi lo disegna, in un gioco relazionale in cui il confine tra i due corpi tende a dissolversi fino a sparire. Gesto, traccia e danza si fondono allora in un unico linguaggio capace di rendere visibile la connessione profonda e inscindibile tra i due danzatori. La performance invita infine il pubblico a riflettere si questa connessione che da sensoriale si fa anche intellettuale e spirituale, una rete complessa che, una volta rivelata, non può lasciare indifferenti.
Con Cartografie – primo studio, la danza di ricerca torna a interrogare il presente attraverso il linguaggio della performance contemporanea: In un mondo digitalmente interconnesso, ma ancora attraversato dalla paura della solitudine, il ritorno alla concretezza del corpo assume un valore profondamente politico ed esistenziale: significa tornare a un segno reale e vivo, il solo capace di fondare autenticamente la relazione umana.
La ricerca coreografica apre inoltre una riflessione filosofica sui concetti di materia, confine e relazione, intrecciando dimensione performativa ed esistenziale. Per questo motivo, al termine della performance, i danzatori incontreranno il pubblico in un momento di dialogo aperto dedicato alla condivisione di impressioni, risonanze e riflessioni emerse durante lo spettacolo. Un confronto che rende lo spettatore parte integrante dell’esperienza performativa, trasformandolo in una presenza attiva che contribuisce a generare senso.
La danza esce inoltre dai suoi luoghi canonici per riversarsi nello spazio urbano e trasformarsi in un linguaggio aperto capace di incontrare il passante, l’avventore, la persona comune che può trovarsi improvvisamente coinvolto in un’esperienza che lo interroga. Trieste, trasformata in palcoscenico a cielo aperto, permette così di ricucire la distanza tra performer e spettatore attraverso un dialogo diretto, ravvicinato, quasi prossimale.
Cartografie – primo studio si terrà sabato 30 maggio alle ore 18.30 in Piazzetta Manlio Cecovini, a Trieste: un luogo scelto per la presenza di un murales che richiama il tema della forma, del colore e del disegno, ma anche per il suo carattere raccolto e appartato, quasi nascosto. Un angolo della città in cui bisogna scegliere di arrivare, ognuno, con il suo cammino, ognuno con la sua traccia.


