“Lo spazio è uno e quando si apre viaggia in ogni direzione…”
Le geometrie del quotidiano
La nostra quotidianità caratterizzata da logiche di velocità ed efficienza tende a rimpicciolire progressivamente la nostra percezione dello spazio. Ci svegliamo la mattina e abitiamo l’ambiente della casa, poi quello della macchina e poi quello dell’ufficio. Raramente i nostri occhi puntano all’orizzonte e spesso i nostri gesti tendono a esprimersi in range spaziali sempre più piccoli e angusti anche quando ci sarebbe intorno a noi la possibilità reale di espanderci: sollevare lo sguardo, allungare un braccio, aprire il petto.
Lo spazio – contenitore
Spesso, alla fine della giornata, non abbiamo la sensazione di aver davvero abitato gli spazi che abbiamo attraversato. È come se li avessimo semplicemente subiti: stanze, corridoi, strade, luoghi pieni di cose e di persone ci hanno accolto senza però lasciarci davvero un segno. Così, invece di sentirci parte di un ambiente con cui possiamo entrare in relazione, lo percepiamo come qualcosa che ci contiene e ci sovrasta o di cui ci dobbiamo occupare. Questo fa collassare le nostre spalle, cadere il nostro sguardo comprimendo progressivamente la nostra capacità di espanderci nel respiro e nel movimento.
Lo spazio come campo aperto
Lo spazio non è qualcosa di neutro e immutabile che semplicemente ci sta intorno. Prende forma nel modo in cui lo percepiamo, lo attraversiamo e agiamo al suo interno. È un campo vivo, che cambia insieme al nostro sguardo e alla nostra presenza: un confine può arretrare o avvicinarsi, una distanza può diventare una relazione, una forma o un colore possono catturare la nostra attenzione e modificare la qualità del nostro stare. Abitare lo spazio significa allora imparare ad affinare la percezione, lasciare che ciò che ci circonda non sia più soltanto uno sfondo, ma una materia fluida con la quale possiamo comunicare e costruire una narrazione.

Un’ispirazione? Tornare bambini
Da bambini lo spazio era una magia continua. Spostavamo gli oggetti, ci infilavamo nei pertugi, correvamo, ci fermavamo, abitavamo liberamente i diversi piani dello spazio vivendone tutti gli assetti: in piedi, distesi, seduti.. Ogni angolo era una scoperta, ogni avanzamento nell’ambiente un modo per conoscere il mondo. Lo facevamo con curiosità, coraggio e una certa dose di incoscienza, senza anticipare continuamente ciò che sarebbe potuto accadere, affidandoci alla nostra parte intuitiva. Crescendo perdiamo in parte questa libertà infantile. Riaprirci allo spazio significa anche ritrovare quella parte bambina, non ancora condizionata dalle regole e dalle convenzioni sociali, capace di muoversi liberamente senza paura di giudizio.
Un corpo, mille sfere
Fare esperienza dello spazio significa anche accorgersi che il nostro modo di abitarlo si espande per cerchi concentrici. Partiamo dal nostro spazio personale, quello più vicino al corpo; da lì possiamo allargare il campo verso lo spazio dell’ambiente che ci circonda, poi verso lo spazio della relazione con l’altro e, infine, verso uno spazio più ampio e immaginativo, capace di andare oltre i confini fisici delle pareti. Ogni nostro movimento, dal più piccolo al più ampio, avviene quindi dentro una sfera che, progressivamente, si espande. Aprirci davvero allo spazio significa attraversare queste soglie una alla volta, cogliendone l’unicità, l’intensità, portando la nostra presenza sempre più lontano.
Aprire il corpo per risvegliare la visione
I nostri occhi sono fatti per guardare in profondità, per inseguire sogni e progetti ma quante ore al giorno, invece, li teniamo fissi su uno schermo? I nostri piedi sono fatti per attraversare confini ma quanti passi facciamo ogni giorno verso qualcosa che ci affascina? Aprire il corpo non significa allora fare un’esperienza soltanto fisica, ma riattivare le nostre capacità intellettuali, immaginative e relazionali. Ogni apertura del corpo è un’apertura dello sguardo, un oltre che reinventa il nostro modo di stare al mondo.
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