Il pensiero non è mai neutro, disincarnato, perché nasce sempre da un corpo situato nel tempo e nello spazio, ma anche da un corpo desiderante e ineluttabilmente implicato con gli altri.
Significa che quello che la nostra mente genera non è mai “a sé stante” ma il risultato di una relazionalità. Ogni pensiero che ci abita è in realtà un “evento condiviso” che scaturisce da come la nostra coscienza si predispone verso l’esterno e da come l’esterno “ritorna” alla nostra coscienza.
Abitiamo un campo, una rete fittamente intrecciata.
In un certo senso, la forma del nostro cervello richiama proprio il principio di interconnessione che struttura l’intero Universo.
ll principio sinaptico che guida la neuroplasticità cerebrale è lo stesso che lega i fili della realtà e dei corpi.
Non esiste quindi il pensiero in generale, esiste solo il pensiero nel qui e ora costantemente condizionato da tutti gli altri pensiero generati nel qui e ora. Dunque non è “io parlo a te e poi tu mi rispondi”, è piuttosto un “io parlo a te mentre tu mi stai già rispondendo”. Io e te, in relazione, siamo un sistema, un campo di eventi.
Detto in altri termini, l’esperienza sensibile di ciascuno di noi (vedere, sentire, toccare, annusare, gustare…) incontra il mondo e vi si adatta producendo pensiero, un pensiero che poi si sedimenta e si traduce in comportamento. In questo non siamo molto diversi dalle scimmie.
Questo meccanismo ancestrale di reciprocità con l’esterno, ci permette di apprendere, di integrare e di costruire nel tempo un’immagine coerente della realtà che ci circonda. Allungo la mano e il fuoco scotta, dunque imparo che il fuoco può bruciare e scelgo di stargli lontano.
Il pensiero ha però una natura volatile, non rimane mai uguale a sé stesso: si modifica, evolve, si stratifica e prende sempre nuove direzioni perché è il risultato di una continua risposta agli stimoli esterni. In questo quadro ogni incontro tende a produrre sempre nuovo significato e nuove stratificazioni di senso: ad esempio, l’esperienza ripetuta del fuoco può portarmi, con il tempo, a trovare da lui quella giusta distanza che mi permette non di bruciarmi ma di scaldarmi.
Dunque il pensiero è utile.
Noi stiamo al mondo però con una grande quantità di pensieri che ci abitano ad un livello di pura astrazione mentale: progetti, modelli, ipotesi, proiezioni si mescolano senza che il nostro corpo produca qualcosa di visibile.
Quale è una delle sfide della danza?
Rendere visibile l’evento della percezione che si fa pensiero attraverso il corpo.
E come lo fa? mettendo in forma – immediatamente – ciò che sente, trasformando la percezione in un’azione, in un gesto consistente dotato di una sua precisa configurazione in termini di ritmicità, direzione, energia, dinamica.
Così attraverso un’azione concreta il danzatore non vedrà il suo pensiero, nella sua forma pura e originaria, ma potrà sperimentarne l’effetto, osservare il risultato visibile del suo dialogo interno.
Il dire del danzatore è allora proprio questo, questo tentativo di tradurre un vissuto, un’esperienza in qualcosa di visibile, di manifesto, qualcosa che può essere davvero osservato, attraversato, e compreso.
Perché solo e soltanto nella concretezza e nella compiutezza del gesto, chi danza può recuperare le sfumature di una narrazione che altrimenti non potrebbe emergere.
Così Il danzatore rende reale il suo pensiero in modo che questo non sia più solo un’ombra che lo attraversa ma un evento del mondo.


