“Non esiste elevazione senza caduta, non esiste salto senza affondo,
non esiste proiezione celeste senza visita al sottosuolo.”
MZ
Prima del primo passo
Nessuno di noi è nato camminando. Ogni essere umano impiega circa un anno per raggiungere la verticalità e compiere il primo passo nel mondo. A questo tempo dobbiamo aggiungere anche quello della gestazione di circa nove mesi. Possiamo dire quindi che dalla sacca amniotica a quel primo grande disequilibrio che probabilmente ha commosso i nostri genitori abbiamo sperimentato moltissime organizzazioni motorie che poi nel corso della vita siamo andati via via dimenticando.
Prima del primo passo siamo stati mesi rannicchiati in assenza di gravità (questo prima di nascere), abbiamo rotolato, abbiamo imparato a riconoscere le nostre mani e i nostri piedi e quindi a usarli come una leva per sollevarci, abbiamo appreso come stare seduti, come basculare con il nostro peso e poi come gattonare, e poi ancora ci siamo imbattuti nella caduta, prima di provare ad alzarci in piedi e proiettarci in una direzione.
La verticalità, lo stare in piedi, è stata una conquista lenta e travagliata, piena di interruzioni, di attese, di fallimenti. Abbiamo dovuto affidarci al nostro coraggio e rischiare la rovina prima di sollevare la pianta del piede per provarla a mettere solo poco più in là, e una volta precipitati abbiamo dovuto ritrovare una nuova intenzione di risalita per rimetterci in cammino.
Abbiamo già una storia con il pavimento, ancora prima di iniziare il lavoro di floorwork in sala. Per questo motivo il più delle volte non si tratta di inventare le dinamiche del suolo, ma solo riscoprirle, reimpossessarcene.
In questo senso incontrare la terra è un po’ come tornare a casa, riavvicinarci naturalmente a quei luogo al quale un tempo eravamo molto più affezionati.
Praticare il movimento al suolo dovrebbe essere come rincontrare un vecchio amico che ci riconosce al primo sguardo e che ci accoglie sempre e ancora per come siamo. Un amico a cui possiamo affidarci, che accoglie la nostra forma, il nostro peso, il nostro respiro e sul quale possiamo contare per sollevarci e persino saltare.
Ma il floorowrk ha a che vedere anche con la nostra storia filogenetica. Il nostro corpo è il risultato di un’evoluzione durata millenni e racchiude in sé tutte le sue storie precedenti. Prima di diventare homo erectus e poi sapiens siamo stati pesci e poi organismi striscianti, girini, lucertole, anfibi, poi animali di terra e poi con i millenni siamo diventati bipedi. La nostra memoria cellulare contiene e racchiude tutte le tappe di questo tragitto. E la distesa al suolo ci riporta a quel mondo perduto.
L’importanza di cadere
L’altro aspetto affascinante del lavoro a pavimento è che il suolo rappresenta il luogo della gravità pura, lo spazio della caduta. Tornando al bambino e al suo primo passo c’è quindi da chiedersi: Come si impara a camminare? Solo cadendo. E cosa vuol dire cadere? Tornare inesorabilmente al suolo. Il danzatore che salta in aria riesce a proiettarsi in alto perché paradossalmente ha sperimentato negli anni una lunga, intensa esperienza del basso. Non esiste elevazione senza caduta, non esiste salto senza affondo, non esiste proiezione celeste senza visita al sottosuolo.
Un corpo che danza è un corpo che ha conosciuto l’abbandono, la forza incessante della gravità, l’ineluttabilità della precipitazione. Tutta la vita il danzatore impara a “contrattare” con la natura della caduta che coinvolge tutto il suo essere.
E se pensiamo alla nostra vita? quante lezioni ci ha impartito la caduta, anche nostro malgrado? Come avremmo imparato a rialzarci senza cadere, non una ma innumerevoli volte? Come saremmo tornati alla verticalità senza aver imparato a riorganizzare tutto il nostro corpo per la risalita?
La vita è un’autentica esperienza di quello che in danza contemporanea viene chiamato floorwork, dove si passa dalla caduta, alla scoperta di una nuova leva, dalla flessione all’estensione, dalla verticale al volo e dal volo di nuovo al tuffo, in un’alternanza che è al centro di ogni nostra dinamica esistenziale.
Ecco perché è importante tornare al suolo, riappropriarsi della sensazione del cadere, del cedere. Dove abita in fondo la danza se non in quello spazio tra la terra e il cielo?
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